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Pensare l'Europa | Caffè Europa - Webzine di cultura europea e democrazia informata

Pensare l'Europa

  1. Dopo Tolosa, il rischio di chiudersi nel ghetto
    David Bidussa

    Il problema da oggi a Tolosa non sarà come riaprire la scuola in cui sono stati uccisi tre bambini stamane. Non sarà nemmeno come parlare ai ragazzi. Non sarà neppure come una città si muoverà, quanto peserà questo episodio all’interno della campagna per le presidenziali. In altre parole quali saranno le risposte politiche che daranno tutti i candidati. Il problema sarà la ridefinizione del rapporto tra una minoranza, quella ebraica, e lo spazio pubblico, cioè di tutti. Mi spiego.

     

    La memoria automatica fa dire che l’episodio di Tolosa va ad arricchire la galleria di una serie di luoghi simbolici del mondo ebraico francese che nel tempo sono stati “visitati” dalla violenza e dall’aggressione. Si potrebbe pensare nell’ordine alla la sinagoga di Rue Copérnique, nel 1978; e poi allo scempio sui corpi dei defunti a Carpentras nel 1988. L’attentato alla scuola di Tolosa tuttavia ha una natura diversa. Una sinagoga e un cimitero, al di là del gesto efferato, richiamano la dimensione del raccoglimento. Si è là o si è portati là, perché si è con i membri della propria comunità.

    Chi attacca là, lo fa perchè intende colpire proprio per dimostrare che è padrone della tua vita e anche del tuo corpo, nel caso tu sia morto. Una scuola ha un carattere diverso, riguarda i processi formativi e coinvolge le immagini, il bagaglio culturale, i contenuti che giorno dopo giorno si definiscono e “fanno crescere”. Colpire una scuola non significa dunque colpire solo il presente o la tradizione di una comunità, ma il suo futuro. Non è un problema limitato a quella scuola e non sarà solo a Tolosa, perché ovviamente il mondo non finisce a Tolosa.

     

    Ma la tragedia di Tolosa segnerà una nuova tappa di un processo di accresciuta diffidenza verso ciò che è il mondo esterno, verso ciò che non è ebraico. A Tolosa, di fronte a una scuola, si è infranto un contratto – o forse più realisticamente, ciò che restava di un contratto - fondato sulla fiducia di ricevere tutela, ma anche sulla curiosità di aprirsi al mondo, di conoscerlo, non per diffidarne, ma per saperne di più. Da domani una parte importante della pedagogia, della costruzione della propria personalità culturale passerà per una didattica dell’autodifesa, del controllo degli spazi, dell’allargamento della frattura tra un mondo e il resto del mondo. In breve tra “noi” e “loro”.

     

    Non sarà solo una distanza fisica, ma sarà anche un ritrarsi. Tutelarsi vorrà dire mantenere le distanze. E’ una dimensione che in Francia – ma non solo in Francia – ha una lunga storia. Una storia che in Europa ha almeno un trentennio di vita e che non è solo la conseguenza dei processi immigratori, dei conflitti dovuti alla presenza rilevante di “stranieri”, delle integrazioni non perseguite o delle politiche securitarie.

     

    E’ anche la conseguenza di processi profondi, di disagio che le vecchie società europee hanno iniziato a vivere al momento dell’inizio della crisi del ciclo fordista quando la crisi del petrolio ha fatto riscoprire all’Europa la sua dimensione di debolezza, di fragilità. L’attentato di stamani ha sicuramente motivazioni legate all’attualità, ma ha una lunga storia che non nasce in medio Oriente, ma che è nel malessere profondo dell’Europa da molto tempo.

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  2. Istanbul, il caso Dink attende ancora giustizia
    di Massimo Rosati

    Il 19 gennaio scorso si è tenuta a Istanbul la quinta commemorazione di Hrant Dink, giornalista turco armeno ucciso il 19 gennaio 2007, in pieno giorno, alle tre del pomeriggio, davanti al portone di Agos, il settimanale di cui era direttore. A cinque anni da quell'orribile assassinio, la famiglia di Dink, i suoi più stretti collaboratori, le associazioni che si sono fatte carico di preservarne la memoria, e la parte di opinione pubblica turca che vuole giustizia, attendono ancora che questa sia fatta.

    Hrant Dink era una personalità dallo spessore umano fuori dal comune, e la sua battaglia per il riconoscimento delle sofferenze patite dagli armeni a cavallo della fatidica data del 1915 non è separabile dalla sua personalità, che ne faceva figura scomoda per il nazionalismo turco ma anche, alle volte, controversa all'interno della stessa comunità armena. Hrant Dink era solito dire: “Andrò in Francia a dire che non ci fu alcun genocidio armeno, e starò in Turchia a dire che ciò che avvenne fu genocidio”.

    Hrant Dink sapeva che i nazionalismi si rinforzano a vicenda, e che la cura contro il nazionalismo turco, ancora oggi un veleno potente, non era il nazionalismo armeno, sfruttato da molti (è ancora vicenda recente in Francia e Israele) per fini che con la sofferenza degli armeni hanno poco a che fare. Questa consapevolezza, tattica ma anche frutto di una straordinaria capacità empatica, spingeva Hrant Dink a cambiare del tutto strategia. Piuttosto che insistere sul riconoscimento del genocidio in quanto tale, e della cifra di un milione e mezzo di morti, Hrant Dink chiedeva a turchi e armeni di guardare alle radici della convivenza, alla storia delle relazioni reciproche: “I rapporti fra armeni e turchi e le loro interazioni reciproche non sono così banali da essere liquidati in due parole. Si tratta di corredi identitari, frutto di scambi reciproci avvenuti nel corso di relazioni plurisecolari. L'unione vissuta è talmente profonda che entrambe le parti definiscono tradimento il deteriorarsi di questa convivenza.”

    Hrant Dink chiedeva agli uni e agli altri di curare il reciproco veleno recuperando l'orizzonte di un futuro condiviso, a partire da un passato in cui il trauma per lo 'sradicamento' degli armeni (questa l'espressione usata frequentemente da Dink, insieme a 'devastazione', ad indicare la violenza della separazione da una terra e dalle sue memorie subita dagli armeni) si intrecciava a storie di solidarietà e convivenza. Che questo non potesse avvenire che a partire dalla verità storica e dalla giustizia è cosa certa e non discutibile, ma che alla verità e alla giustizia dovesse accostarsi la rinuncia ad una inintelligente guerra di opposti nazionalismi era invece lo specifico timbro di Hrant Dink.

    A cinque anni dal suo barbaro omicidio, la giustizia sembra essere stata seppellita dalla sentenza di una corte che ha condannato a 23 anni Ogun Samast, diciassettenne (nel 2007) nazionalista turco. Amnesty International, l'associazione Friends of Hrant, la Hrant Dink Foundation, l'opinione pubblica turca non avvelenata dal nazionalismo, denunciano le negligenze delle autorità turche nell'indagare a fondo sui veri mandanti dell'omicidio, sulle responsabilità e connivenze dello Stato. Nel 2010 la Corte europea per i diritti umani aveva condannato lo Stato turco (che in quell'occasione aveva rinunciato al ricorso) a risarcire la famiglia per non aver protetto la vita di Hrant Dink. Per la sua battaglia, infatti, Dink era da tempo al centro di una campagna d'odio, che aveva prodotto reiterate minacce e una condanna nel 2005 a sei mesi, con sospensione della pena, per aver "denigrato l'identità turca", accusa falsa e assurda, resa possibile solo dalla male fede e trasformata in condanna solo in virtù dall'esistenza di un liberticida articolo del codice penale turco (oggi parzialmente riformato). Ma le responsabilità delle autorità turche non finiscono qui, nel non aver protetto la vita di Dink.

    Da subito dopo la sua morte e nel corso di questi cinque anni, gli avvocati della famiglia di Dink hanno portato prove mai prese davvero in considerazione della responsabilità della gendarmeria di Trebisonda, e soprattutto dei fili oscuri che legano questo omicidio alle attività illegali di una organizzazione segreta, Ergenekon (una sorta di P2 turca), che univa pezzi del 'deep state', militari, organizzazioni nazionalistiche, burocrazia, media, responsabile secondo molti di tentativi reiterati di eliminare il governo Erdoğan, il movimento di Fetullah Gülen, e di avere responsabilità nelle uccisioni di Padre Andrea Santoro, dei tre missionari cristiani a Malatya, e altri fatti di sangue della storia turca recente.

    Oggi il governo Erdoğan è accusato a sua volta, dopo aver combattuto per quasi un decennio il deep state, di essersi accomodato a sua volta nelle istituzioni statali, e di sacrificare la giustizia proprio per proteggere il deep state: che il potere corrompa non è una novità. La storia e la geopolitica turca sono quanto mai complesse, e vanno trattate con cura e a partire dalla conoscenza di una realtà che ha tratti paradossali se vista da fuori. Rimane però il fatto che fare giustizia sul caso Dink significa andare al cuore e alle radici di quella tradizione che sacralizza lo Stato, che affonda le sue radici nel periodo del partito di Unione e Progresso, e trova continuità nella storia repubblicana soprattutto nel Kemalismo, tradizione e mentalità che nelle minoranze tutte, secolari come religiose, kurde come armene, alevite come islamiche sunnite (e si potrebbe continuare quasi all'infinito tanto è complesso il mosaico turco) ha visto un nemico interno, una minaccia da debellare con ogni mezzo.

    Ecco perché Dink era pericoloso. Fu lui a ricordare ai turchi che Sabhia Gokçen, cui oggi è intitolato uno dei due aeroporti civili di Istanbul, prima donna pilota militare turca, figlia adottiva di Mustafa Kemal Atatürk, era un'orfana del genocidio armeno. Simbolicamente, per il nazionalismo turco, un cortocircuito inaccettabile. Ecco perché Dink è potuto diventare, in vita e in questi anni dalla sua morte, un simbolo per tutte quelle minoranze, laiche e religiose, che credono e lottano per un paese pluralista, nonché un simbolo riconosciuto da quell'Islam sunnita pluralista (per vocazione o per apprendimento) che per decenni è stato esso stesso vittimizzato o strumentalizzato dallo statalismo secolarista kemalista.

    Intorno alla memoria della figura di Dink c'è oggi un'alleanza che fuori dal contesto turco potrebbe apparire innaturale o paradossale, che raccoglie liberali, musulmani conservatori, sinistra democratica e radicale (cui Dink apparteneva culturalmente e in cui aveva militato da giovanissimo), tutti impegnati nella democratizzazione del paese. La battaglia per la memoria di Dink è, in questo quadro a maggior ragione, una battaglia contro il potere del nazionalismo e del deep state. Questa coalizione oggi non può non essere via più critica nei confronti del governo Erdoğan, accusato di aver perso quella spinta riformatrice che aveva inizialmente, almeno in termini di apertura di spazi di diritti civili e culturali, seppur tra molte contraddizioni e nel quadro di un conservatorismo morale e di un liberismo economico marcati.

    La Turchia per cui Dink combatteva era una Turchia capace di venire a patti con il suo passato e le sue memorie divise, in primis quella relativa alla questione armena – che della memoria turca è il punto realmente nevralgico -, ma con ciò e in virtù di questo aperta a tutte quelle risorse culturali e storiche, laiche e religiose, che ne hanno fatto un paese straordinario; la Turchia di Dink, per fare un esempio simbolicamente di grande portata, era una Turchia in cui Haghia Sophia fosse restituita ai fedeli, e non già proprietà dello Stato. Ai fedeli musulmani, certo, ma data la sua storia unica anche a quelli cristiani, aperta a entrambi i culti, come segno lanciato da Istanbul non solo di tolleranza, ma di scommessa sulla forza e ricchezza delle diversità, contro la loro mortificazione ad opera di un secolarismo anti-democratico.

    È qui che la memoria di Dink diventa compito di tutti. Diventa compito anche dell'opinione pubblica europea, e italiana; diventa compito della sinistra, europea e italiana. La memoria di Dink e la solidarietà a quanti in Turchia combattono questa battaglia è una battaglia a fianco della comunità armena, ma è anche una battaglia contro l'arroganza del potere (“la lotta degli uomini contro il potere è la lotta della memoria contro l'oblio” è la frase di Kundera che veniva richiamata giorni fa da Orhan Kemal Cengiz, avvocato dei diritti umani e opinionista di Radikal e Today's Zaman, in un suo articolo sul Today's Zaman), per la giustizia; è una battaglia per la Turchia, paese amico e straordinario; ma è una battaglia per l'Europa, contro il suo progressivo arroccamento e razzismo; ed è una battaglia per la sinistra, e per ogni democratico.


     

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  3. La protesta, dalla piazza alle urne
    Marco Calamai

    Esiste senza dubbio un profondo intreccio tra il risultato elettorale del 22 maggio alle amministrative spagnole (collasso senza precedenti dei socialisti) e il movimento degli “indignati” del 15 Maggio (data inizio del medesimo).  Vediamo perché Continua a leggere >>

  4. Impresa sociale: la ricchezza di chi lavora per gli altri
    Giovanna Melandri

    La settimana scorsa ho partecipato, ad Oxford, allo Skoll Forum 2011. L’evento è, probabilmente, il più rilevante appuntamento internazionale dedicato all’imprenditoria sociale. Il Forum viene annualmente promosso ed organizzato dalla Skoll Foundation, nata, per iniziativa di Jeffrey Skoll fondatore di Ebay, nel 1999 con l’obiettivo di sostenere le buone pratiche e soprattutto le buone idee nel settore dell’impresa sociale Continua a leggere >>

  5. Francia, al via la legge anti-burqa
    Lucilla Guidi

    Entra in vigore oggi la legge anti-velo approvata dal parlamento francese il 22 ottobre scorso. Sebbene il testo non menzioni esplicitamente il burqa o il niqab e prescriva un generico divieto di “coprire il volto” nei luoghi pubblici, l’obiettivo è fin troppo chiaro: impedire alle donne musulmane di indossare in pubblico il velo integrale Continua a leggere >>

  6. I giovani di Piazza Tahrir non si arrendono
    Elisa Pierandrei

    19 marzo 2011 - In fila, in silenzio, dalle prime ore della mattina. Tanti egiziani così non si erano mai visti davanti ad un seggio. Non c’erano solo i giovani di Midan Tahrir, quelli che su Facebook a Twitter hanno lanciato la rivolta che l’11 febbraio scorso ha portato alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak, in carica per oltre 30 anni (fra gennaio e febbraio gli utenti di Facebook sono aumentati di un milione). Ma c’erano anche i loro padri, le loro madri e i nonni. Il 19 marzo scorso, a poco più di un mese dalla fine delle manifestazioni, l’Egitto è andato compostamente alle urne per votare gli emendamenti alla Costituzione, primo passo per costruire un nuovo paese.

    E’ il culmine di anni di attivismo promosso da una galassia di movimenti pro-democrazia, difensori dei diritti umani, sindacati e organizzazioni della società civile. Nel 2004 quando il movimento Kifaya (che significa “basta”), nato per dire che il presidente Mubarak doveva andarsene, organizzava le prime manifestazioni, a scendere in strada erano poche decine di cittadini contro un esercito di poliziotti. Ora invece le cifre sono invertite, e si sono pure moltiplicate. La rivolta ha parlato con straordinario coraggio e un voce propria. Quella degli slogan che prendevano forma già ai tempi dei tumulti di Tunisi.
    Sul sito di informazione indipendente in lingua inglese ed araba Jadaliyya, un articolo dal titolo Poetry of the Revolt ne riporta alcuni: “Yâ Mubârak! Yâ Mubârak! Is-Sa‘ûdiyya fi-ntizârak!" (Mubarak, o Mubarak, L’Arabia Saudita ti aspetta!). Oppure: "Shurtat Masr, yâ shurtat Masr, intû ba’aytû kilâb al-’asr" (Polizia egiziana, polizia egiziana, siete solo cani da guardia del palazzo). Il posto di Jadaliyya ci spiega poi che questi versi non sono stati solo un “ornamento della rivolta”, ma “una componente significativa di questa, un segmento delle azioni stesse”. Si tratta di slogan scanditi in piazza Tahrir, aggiungo io, con un entusiasmo che non dimenticherò mai.

    Alla fine, gli emendamenti alla Costituzione sono stati approvati, con il 77 per cento dei sì contro il 22 per cento dei no (su The Arabist la mappa dei risultati) e ciò significa che il Paese andrà nuovamente alle urne, probabilmente in autunno, per nominare un nuovo presidente e un nuovo parlamento. 
    L'argomento principale utilizzato dai sostenitori del si' e' stato infatti che con questo voto si assicura stabilità al paese e si procede rapidamente sulla strada della transizione verso le elezioni. Con il sì hanno vinto gli ex  sostenitori di Mubarak, i militari e i Fratelli Musulmani. Per il no, invece, erano concentrati i giovani della rivoluzione e numerosi partiti di opposizione all'epoca Mubarak, ma anche  i due principali potenziali candidati alla presidenza, il segretario generale della Lega araba Amr Mussa e il capo del movimento per il cambiamento Mohamed el Baradei, secondo i quali e’ invece necessaria una intera nuova Costituzione in Egitto.
    Anche in questo caso gli egiziani mi hanno sorpreso. Un risultato che potrebbe essere interpretato come la prima sconfitta dei giovani di piazza Tahrir dalla caduta di Mubarak, è stato affrontato con uno slancio di coraggiosa autocritica (costruttiva, per giunta).
    Il noto blogger egiziano Sandmonkey in un post dal titolo Playing Politics accusa i giovani del movimento del Jan25 (il dashtag che ci ha raccontato la protesta su Twitter) di aver fatto davvero male i calcoli. Alle manifestazioni di piazza Tahrir, al Cairo, che hanno seguito le dimissioni di Mubarak – scrive Sandmonkey - hanno partecipato, secondo le stime ufficiali, 10-20 milioni di egiziani, cioè circa ¼ dell’intera popolazione. “E poi il Cairo non è l’Egitto!”, continua. Quelli che nella capitale sostenevano il no, non hanno capito che senza un’adeguata campagna (per esempio con slogan in Tv) non avrebbero mai potuto convincere quella fetta di popolazione che non era d’accordo con loro. L’NDP, i militari, i Fratelli Musulmani e i Salafisti invece hanno i mezzi. Questi ultimi, in particolare, ricordo che alla vigilia delle elezioni hanno inondato le strade di Alessandria d’Egitto di volantini per il sì.

    Mona El Thahawi, analista egiziana ma residente negli USA, ricorda invece sul New York Times che fra i giovani la mobilitazione post-referendum è già iniziata. Si chiamano Youth Revolution Coalition e il Tahrir Council, i due nuovi gruppi di attivisti nati con lo scopo di riempire i seggi in parlamento con rappresentanti che hanno meno di 40 anni.

    Un’altra voce della blogosfera egiziana, Issandr El Amrani, giornalista e blogger (all’indirizzo Arabist.net) suggerisce invece, in un articolo pubblicato sul Time, che a vincere è stato comunque lo spirito di cambiamento che ha animato la rivolta. L’affluenza alle urne è stata del 41 per cento, molto alta per gli standard di questo Paese. Fra questi c’erano ragazzi che andavano a votare per la prima volta. Andare al seggio, anche per coloro che hanno barrato il sì, “è stato un modo di prendersi carico della rivoluzione” a cui avevano partecipato occupando Piazza Tahrir fino alle dimissioni di Mubarak.
    Per Abdel Ghani Hendi, fra i responsabili del partito 11 febbraio che raccoglie i giovani rivoluzionari e il movimento 6 aprile, l'esito del referendum, quindi, è ''da accettare''. ''Avremmo preferito un altro risultato, ma questo e' il frutto della volontà popolare. Il referendum e' stato trasparente e non ci sono state frodi”. Ora, secondo Hendi, l'obiettivo si sposta sulla necessità di formare e sensibilizzare le classi più povere e modeste in vista delle elezioni legislative.
     

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  7. L'atomo in Italia, ne vale davvero la pena?
    Intervista ad Alessandro Ovi di Lucilla Guidi

    “Conviene riprendere il programma nucleare dopo quasi 25 anni di sospensione? Vale la pena avviare un processo complesso e molto oneroso, quando il problema della sicurezza resta drammaticamente irrisolto e la prima centrale vedrebbe comunque la luce tra minimo 15 anni?
    E tutto questo, a fronte di quali certezze sui costi? Non converrebbe invece investire sulle rinnovabili, i cui costi tendono a diminuire nel tempo, puntando su un sistema diffuso di produzione dell’energia, in grado di sfruttare le reti intelligenti di cui già l’Italia dispone? ” .
    Alessandro Ovi, ingegnere nucleare, Direttore dell’edizione italiana della “Technology Review”, la rivista del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, suggerisce alcune questioni fondamentali sulle quali l’Italia deve riflettere dopo che il disastro di Fukushima ha costretto tutti i paesi del mondo a porre la questione energetica ai primi posti dell’agenda politica, mentre l’Italia ha congelato il programma nucleare e la battaglia per il referendum è già cominciata Continua a leggere >>

  8. L'Europa va verso le rinnovabili, noi cominciamo male
    Massimo Zucchetti

    La disponibilità di energia è legata indissolubilmente, stante il modello di sviluppo che il mondo adotta, alla qualità della vita. Più è alta, in una nazione, la disponibilità di energia procapite, maggiore è l’aspettativa di vita media alla nascita, minore è la mortalità infantile.
    In Europa, attualmente, gran parte dell’energia primaria è prodotta da fonti fossili (carbone, petrolio, metano), che sono una risorsa limitata, oltre ad essere una delle principali cause del riscaldamento globale Continua a leggere >>

  9. In fuga verso la Tunisia
    Anna Cataldi

    “Please madame tell me where I am…” in piedi di fronte a me l’uomo ha l’aria esausta. Gli occhi arrossati, la pelle nera lucida di sudore, un taglio rosso vivo sul labbro bruciato dal sole. Non ha bagagli, solo una piccola sacca che pende dalla spalla. Chissà quanto ha camminato per arrivare lì, a quello che lui non sa essere il campo di transito di Choucha, e dove nella confusione che vi regna nessuno ha tempo di occuparsi di lui Continua a leggere >>

  10. Sbaglia chi critica Obama
    Marco Calamai

    Il dibattito è aperto. Giusto o non giusto attaccare Gheddafi? Quale valore politico assegnare alla guerra? Personalmente, questa volta, condivido la tesi di Bernard-Henry Levy: “ Non si può pensare che la comunità internazionale faccia lo stesso errore che fece con Saddam Hussein, lasciando intatta, venti anni fa, dopo la guerra nel Golfo, la sua capacità di nuocere”. E quindi non condivido la tesi pacifista (ma forse non di tutti i pacifisti) che si riassume nello slogan: “né guerra, né tiranno”. Continua a leggere >>

  11. Scuola e università: perchè l'Europa arranca
    Intervista ad Andrea Graziosi di Alberto Ferrigolo

    Sul ruolo dell’istruzione, il futuro dei giovani che si dichiarano “scippati del futuro”, la centralità della formazione in un paese che non vuol declinare, i pro e i contro della Riforma, abbiamo rivolto alcune domande al professor Andrea Graziosi, classe 1954, docente di Storia contemporanea all’Università di Napoli, studioso importante di una monumentale Storia dell’Unione sovietica dal 1945 al 1991, “Dal trionfo al degrado”, edita l’anno scorso dal Mulino, docente a Yale e Harvard, Presidente della Società italiana per lo studio della Storia contemporanea Continua a leggere >>

  12. Merkel, Sarrazin e il dibattito sull'immigrazione in Germania
    Lucilla Guidi

    La CDU ha di fronte le elezioni regionali e, secondo le previsioni,  potrebbe essere sconfitta perfino nel Badenwuettemberg, dove il partito ha governato per 57 anni consecutivi. Secondo il responsabile CDU a Berlino, Frank Henkel, è il tema dell’integrazione “a innervosire l’elettorato”. E’ con queste premesse che si è consumata quella che molti giornali tedeschi hanno ribattezzato l’epopea del multiculturalismo Continua a leggere >>

  13. I partiti populisti europei e il compito della socialdemocrazia
    Paolo Borioni

    Il più recente successo delle forze populiste europee è quello degli Sverigedemokraterna, protagonisti di un inedito 6% alle elezioni di settembre in Svezia. Si tratta di un risultato notevole poiché in campagna elettorale essi avevano ancora subito il cordone sanitario dei partiti tradizionali nei loro confronti. Non a caso negli exit poll il loro risultato sembrava assai peggiore di quello poi realmente ottenuto Continua a leggere >>

  14. Rom: guerra ai poveri. Il confronto tra Italia ed Europa
    Video intervista a Marco Brazzoduro di Luca Dammicco e Chiara Privitera

    Marco Brazzoduro intervistato da Caffè Europa fa il punto sulla condizione dei rom in Italia. Docente di politiche sociali all'Università La Sapienza di Roma ha recentemente contribuito, con un suo saggio, al volume di atti del seminario "Rom(a), Nomadi o Monadi?: prospettive antropologiche" a cura di Lorenzo D'Orsi e Matteo Torani per l'Editrice Sapienza, che ospita inoltre gli interventi di Roberto de Angelis e Santino Spinelli.

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  15. Per loro c'era un "decennio dell'inclusione" che fine ha fatto?
    Chiara Privitera

    “Camminanti” o “gens du voyage” sono alcune delle espressioni che il sistema delle politiche istituzionali italiano e francese ha aggiunto al suo vocabolario per dire “rom”.  Ma si legge anche “nomadi” o “zingari”, tralasciando il fatto che molti di loro vivono in un campo da oltre quarant’anni non per una scelta culturale o etnica, come spesso si dice, ma perché, come nel caso dei rom italiani venuti negli anni ’60 dalla Jugoslavia, erano in cerca di riparo e protezione e, in mancanza di sistemazioni migliori, accettarono degli stanziamenti informali per qualche tempo Continua a leggere >>

  16. Niente retoriche, dovete metterli nell'agenda politica
    George Soros


    La polemica intorno alle espulsioni in Francia di uomini, donne e bambini rom ha richiamato la pubblica attenzione sulla condizione della più numerosa minoranza etnica presente in Europa. La negazione della parità di accesso all’abitazione, la segregazione in scuole speciali e le barriere all’assistenza sanitaria sono la regola. In tutti i paesi in cui vivono i rom, la popolazione è generalmente ostile nei loro confronti. Questo stato di cose sembra farsi beffe dei valori europei e macchia la coscienza dell’Europa Continua a leggere >>

  17. I rom tra ambiguità del diritto e rendita politica
    Intervista ad Alessandro Simoni di Elisabetta Ambrosi

    «Ricorda le ordinanze del sindaco Domenici contro i lavavetri fiorentini rom, giuridicamente risibili, ma sufficienti a fare allontanare i soggetti sgraditi? Ecco, anche nel recente caso francese le istituzioni hanno scoperto che nei confronti di gruppi socialmente deboli, e poco abituati all'uso degli strumenti di tutela, grossi effetti possono ottenersi minacciando l'applicazione di sanzioni che nessun tribunale convaliderebbe».
    Si è giocata sull’ambiguità del diritto e sulla forza della politica la partita tra Francia ed Europa sui rom secondo Alessandro Simoni, che di mestiere non fa politica ma insegna Sistemi giuridici comparati a Firenze, oltre ad essere membro italiano del gruppo di esperti indipendenti in tema di antidiscriminazione costituito dalla Commissione europea (per il quale ha preparato nel 2008 la messa in opera della strategia per l'integrazione dei rom in Kosovo). Continua a leggere >>

  18. Quando Miliband (padre) incontro´ Napolitano
    Luca Dammicco

    Come passa veloce il tempo, e con esso le ideologie. Era il 21 Maggio 1989, pochi mesi prima del crollo del muro di Berlino, quando Ralph Miliband, padre di Ed e di David, i due contendenti per la leadership del Labour Party, incontrò a New York l'allora segretario del PCI, Achille Occhetto, e il futuro Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano Continua a leggere >>

  19. Labour e Pd: congressi a confronto
    Antonio Funiciello

    È sempre complicato, dall'Italia, capire quello che succede nel resto del mondo. Soprattutto in politica, il nostro provincialismo filtra assai malamente quanto accade altrove, talora pure con distorsioni caricaturali Continua a leggere >>

  20. Oltre il "New Labour" per ripensare la socialdemocrazia
    Paolo Borioni

    Nel commentare l’elezione di Ed Milliband a diciottesimo leader del Labour britannico, l’appoggio determinante delle Unions è l’aspetto più capace di offrire spunti di analisi. Si tratta di un aspetto centrale dell’odierna e futura politica britannica. Non a caso, i Tories hanno subito commentato l’elezione del giovane Milliband come “un grande salto all’indietro” verso la sottomissione al potere sindacale. Continua a leggere >>

  21. Perchè il modello francese in Italia non funziona
    Lucilla Guidi

    “In casa propria si può fare quel che si vuole, ma una volta uscite le donne devono mostrare il loro volto”.
    Un ‘multiculturalismo’ à la francese in cui burqa e niqab siano banditi dallo spazio pubblico, questo è il modello a cui guarda Sofia Ventura, intellettuale di punta del nuovo corso liberale di Gianfranco Fini e membro della fondazione FareFuturo.
    Ma perché uno stato democratico sarebbe legittimato a vietare alle donne musulmane di indossare il velo integrale nei luoghi pubblici? Dall’affaire du foulard scoppiato in Francia nel 1989 all’ultimo caso della donna multata a Novara, gli stati europei oscillano tra relativismo soft e laicismo radicale, stentando a trovare un punto di equilibrio Continua a leggere >>

  22. Gheddafi e le donne-comparsa
    Marina Calloni

    Nell’osservare la deriva della Repubblica di Weimar, il teorico tedesco Siegfried Kracauer sosteneva che le masse erano ormai divenute "ornamento", così come osservabili nelle rappresentazioni esibite del potere. Queste raffigurazioni non erano solo lo specchio di nuove ideologie ed espressione del controllo sociale. Erano piuttosto le fenomenologie di "sogni" indotti, a seguito di aspirazioni mancate. Ci dobbiamo allora chiedere: a cosa rimandano le immagini e le testimonianze della recente visita di Gheddafi a Roma? Continua a leggere >>

  23. L'Occidente e gli stereotipi di genere
    Intervista a Gaia Rayneri di Flavio Iannelli

    "Noi donne abbiamo oggi il dovere di essere magre e di essere belle".  


    Gaia Rayneri, classe 1986, è una delle più giovani scrittrici italiane e nel suo primo romanzo “Pulce non c’è”, uscito per Einaudi nel 2009, affronta con ironia e sensibilità un mondo difficilmente esplorabile come quello dell’autismo e del vuoto culturale ed esistenziale che nel nostro paese circonda le minoranze. Gaia ha una forte sensibilità e per questo abbiamo scelto di parlare con lei della difficile situazione delle donne in questo momento in Italia e all’estero, e dei modelli imperanti nell’occidente contemporaneo. Continua a leggere >>

  24. La questione del burqa in Europa
    Sara Silvestri

    Il dibattito sul burqa è un eclatante esempio della continua disputata rilevanza della religione nel XXI secolo, nonostante la secolarizzazione del nostro continente. Il diffondersi del burqa in Europa rimanda anche a una riflessione sulla validità e l’applicazione dei principi liberali che sono alla base del sistema di diritti umani concordato dalla comunità internazionale circa mezzo secolo fa Continua a leggere >>

  25. Luoghi non comuni del mondo musulmano
    Flavio Iannelli

    Niqab, burqa, hijab, chador, velo, velo integrale. Quanti in occidente saprebbero descrivere le differenze tra un capo d'abbigliamento e un simbolo religioso? E nello stesso mondo musulmano, la cui estensione geoculturale (dal Marocco all’Indonesia) è tanto grande da essere difficilmente misurabile, il velo è ovunque la stessa cosa?
    E' l'Economist stesso, in un recente articolo, a fugare i dubbi di una semplificazione forzata di cui spesso si fa portatrice la stampa occidentale. Continua a leggere >>

  26. Non facciamo di tutti i veli un burqa
    Rosy Santella

    Il 19 ottobre del 1989 tre ragazze musulmane, Fatima, Leila e Samira, entrarono in classe indossando il velo. Il preside di una scuola francese, a Creil, reagì a questo comportamento proibendo alle ragazze di ripresentarsi a lezione con le teste coperte. Nonostante gli accordi presi tra le famiglie e la scuola e l’avvertimento del preside, le tre giovani, il giorno seguente, tornarono in classe con il velo Continua a leggere >>

  27. Ecco gli argomenti anti-velo (che non reggono)
    Anna Elisabetta Galeotti

    La controversia sull'ammissibilità del velo islamico negli spazi pubblici delle società occidentali data ormai da più di due decenni: l'affaire originario esplose a Creil in Francia nel 1989. Sembra che le democrazie europee (non è infatti un problema americano) non riescano a riconciliare la presenza islamica con l'ideale di tolleranza che oramai è iscritto nelle Costituzioni e non è più un atto discrezionale dell'autorità politica. Continua a leggere >>

  28. Accessorio hijab
    Elisa Pierandrei

    Mentre i Paesi Occidentali si interrogano sul diritto delle donne musulmane di indossare l'hijab, il velo islamico che avvolge il capo ma non il volto, e alcuni vietano il burqa, il lungo mantello che copre interamente il corpo di una donna, il Morning Herald di Sydney annuncia l'apertura nella stessa città australiana (considerata la più multietnica del Paese) della sua prima hijab “boutique”. Continua a leggere >>

  29. "La mia opposizione a burqa e niqab"
    Intervista a Sofia Ventura di Alessandro Lanni e Chiara Privitera

    «Il burqa e il niqab sono prigioni ambulanti. E nessuna donna può essere felice di vivere reclusa». La diagnosi di Sofia Ventura, politologa bolognese e stretta collaboratrice della fondazione FareFuturo, è netta e precisa. E la terapia che suggerisce allo Stato italiano per curare una “malattia” che si potrebbe diffondere nel nostro paese con la sua inevitabile trasformazione multiculturale è drastica: «in casa propria si può fare come si vuole, ma una volta uscite, le donne devono mostrare il loro volto». Continua a leggere >>

  30. Israele: verso una guerra civile?
    Jim Sleeper

    Se la situazione non fosse così drammatica verrebbe quasi da ridere: agli occhi del mondo esterno, dopo l’assalto omicida al Freedom Flotilla che trasportava attivisti pacifisti con i loro rifornimenti umanitari verso Gaza, il governo di Benyamin Netanyahu sta offrendo un’imitazione della Corea del Nord. Continua a leggere >>

  31. L’alba di un Paese senza domani
    David Bidussa

    L’attacco israeliano al gruppo di navi in rotta verso Gaza, all’alba di ieri mattina, costituisce un atto che produce danni e complessivamente rende più difficile la posizione di Israele a sostenere le sue ragioni Continua a leggere >>

  32. Nick, Barack e i limiti della personalizzazione
    Roberto Biorcio

    Mi sembra che il fenomeno Clegg sia soprattutto un interessante esperimento su cui riflettere (con considerazioni utili anche per noi e per altri contesti europei). Al di là della sua effettiva statura politica, che si potrà veder meglio fra qualche anno: per ora appare una mistura di idee e suggestioni che ricordano Obama, Casini e Blair, Clegg ha mostrato le possibilità e i limiti della politica basata esclusivamente su una forte personalizzazione e mediatizzazione Continua a leggere >>

  33. Clegg fa flop, Cameron non sfonda
    Flavio Iannelli

    Impiccàti. L'Inghilterra si trova di fronte, come si dice in gergo, un "hung parliament", un "parlamento impiccato". Qual è la vera sorpresa? Poteva essere Nick Clegg, il liberale che in tv era piaciuto molto. E invece la sorpresa è stata che Clegg non è andato un gran ché Continua a leggere >>

  34. L'ascesa dei Red Tories
    Phillip Blond

    Viviamo in un’epoca di crisi. In periodi del genere la gente si rifugia nella sicurezza, ed edifica barricate contro il futuro. L’emergenza finanziaria sta avendo esattamente questo effetto sulla classe al governo in Gran Bretagna. Il partito laburista ha ceduto alla tranquillità dello stato assistenzialista e alle comodità della prima tassa sul reddito che sia mai stata imposta dalla metà degli anni Settanta. Nel contempo, i conservatori sembra stiano tentando di opporsi alla catastrofe economica proponendo una replica dell’austerità alla Thatcher. Ma questa crisi rappresenta ben più di una comune recessione Continua a leggere >>

  35. Gli ultimi e il diritto ad avere diritti
    Intervista a Judith Butler di Alessandro Lanni

    «L’eterogeneità religiosa, etnica e razziale di ogni Stato europeo dovrebbe essere un dato ormai scontato». Eppure in Europa e negli Usa, sostiene la filosofa Judith Butler, non ci si è resi ancora conto della necessità di politiche lungimiranti sull’immigrazione, che aprano i confini in modo generoso e umanitario. In un recente libro-dialogo con la teorica del postcolonialismo Gayatri Chakravorty Spivak (Che fine ha fatto lo Stato-Nazione? Meltemi, 2009), Butler mette a fuoco l’impatto della globalizzazione su una delle strutture cardine della modernità: lo Stato. Nuovi fenomeni globali come le guerre e i flussi migratori costringono gli Stati a ripensare non solo i loro limiti, ma anche il loro ruolo e la loro essenza Continua a leggere >>

  36. Dall’India speranze per tutti
    Intervista con Martha Nussbaum di Alessandro Lanni

    Il femminismo non è morto. Anzi, per molti versi ha vinto numerose battaglie negli ultimi decenni.
    Ma ora è tempo che cambi marcia e registro. Meno ideologia e nuovi obiettivi dettati da un mondo trasformato. Martha Nussbaum, filosofa della politica tra le più note negli Stati Uniti ed esponente storica del movimento femminista, con realismo vede il bicchiere delle conquiste delle donne riempito per metà Continua a leggere >>

  37. Gli estremismi che stritolano il dibattito
    Enrico Zoffoli

    Uno dei temi dominanti della filosofia politica degli ultimi quindici anni è il concetto rawlsiano della «ragione pubblica». Secondo Rawls, noi ragioniamo pubblicamente quando cerchiamo di giustificare le nostre proposte politiche riferendoci a ragioni che i nostri interlocutori potrebbero ragionevolmente accettare in condizioni di pluralismo etico e religioso. In questa forma elementare, la dottrina rawlsiana della ragione pubblica sembra essere l’immediata applicazione di quel principio di eguale rispetto che sta alla base del liberalismo moderno Continua a leggere >>

  38. L’enciclica sociale del papa-professore
    Francesco Spano

    Come ha giustamente affermato Andrea Riccardi sulle colonne del «Corriere della sera»: dello scorso 8 Luglio «un’enciclica sociale è un atto importante per la Chiesa».
    Lo è su entrambi i piani su cui si gioca la vita e la missione della Chiesa: quello prettamente teologico, che indaga le verità della fede, e quello pastorale, che attiene alla guida e all’insegnamento che la Chiesa rivolge agli uomini e alle donne del suo tempo; a tutti e a ciascuno contemporaneamente Continua a leggere >>

  39. È l’ora di una democrazia della solidarietà
    Salvatore Rizza

    Il cammino del welfare e della democrazia che si è svolto nel corso degli ultimi tre secoli non è definitivamente compiuto. Il welfare e la democrazia rappresentano due fattori costitutivi della storia dei paesi occidentali e rapidamente tendono a «contagiare» quella del mondo intero Continua a leggere >>

  40. Che succede se il capitalismo fa flop
    Geoff Mulgan

    Il sistema bancario americano ha di fronte a sé perdite che superano i 3 miliardi di dollari. Il Giappone è in crisi. La Cina si avvia alla crescita zero. Qualcuno spera ancora che un intervento di chirurgia d’urgenza possa ristabilire lo status quo. Sono in molti, tuttavia, a percepire che ci troviamo di fronte ad uno di quei rari punti di svolta in cui niente è più come prima Continua a leggere >>

  41. Classe creativa cercasi
    Richard Florida

    Mio padre era un figlio della Grande Depressione. Nato nel 1921 a Newark, nel New Jersey, da una coppia di immigrati italiani, visse sulla propria pelle la crisi economica. Nel 1934, a 13 anni, iniziò a lavorare in una fabbrica di occhiali nell’Ironbound (quartiere di Newark: il nome allude alle grandi costruzioni ferroviarie e stradali in ferro e acciaio che ne delimitano il perimetro, ndt), aggiungendo la sua paga a quella del padre, della madre e dei sei fratelli per mettere assieme uno stipendio Continua a leggere >>

  42. Perché sbaglia l’anti-religioso
    Martha C. Nussbaum

    Ogni anno, nel giorno del Ringraziamento, migliaia di bambini in America si travestono da Padri Pellegrini. E, nell’aria solenne conferitagli dai cappelli a cupola alta e dalle tipiche scarpe con la fibbia, o dalle cuffiette e i grembiuli inamidati, rievocano con orgoglio la storia di quel coraggioso manipolo di coloni che fuggirono dalla persecuzione religiosa in Europa, sfidando le insidie della traversata oceanica e i temibili rigori dell’inverno del Massachusetts: tutto ciò per poter professare liberamente e secondo la propria volontà la fede in Dio Continua a leggere >>

  43. Stereotipi forzati
    Daniela Conte

    Nell’era dell’informazione i mass media detengono un potere culturale/ideologico significativo, influenzano l’immaginario dominante della società, in altre parole definiscono norme, modelli e standard sociali ampiamente condivisi dall’opinione pubblica. Particolarmente interessante a tal proposito è la rappresentazione delle donne proposta dalla Tv Continua a leggere >>

  44. Attenti a Riad, in video ma non giornaliste
    Naomi Sakr

    Negli anni recenti, il governo dell’Arabia Saudita ha introdotto numerose riforme economiche e politiche. Una descrizione di tali riforme deve tener conto del fatto che esse furono fatte negli anni Novanta e sono dunque precedenti sia agli attentati del settembre 2001 che alle pressioni internazionali che li hanno seguiti Continua a leggere >>

  45. In Italia, tra donne e Tv fine di un’alleanza
    Marina Calloni

    Che cosa significa rappresentare e cos’è la rappresentazione? Molti sono i significati acquisiti nella storia della filosofia e della politica, soprattutto per via dei diversi mezzi attraverso cui viene data nuova realtà a soggetti e oggetti mancanti. In effetti, la parola repraesentatio evoca nella sua stessa etimologia l’essere vicaria. È un’immagine Continua a leggere >>

  46. Imparare l’interdipendenza tra le tribù del mondo
    Benjamin R. Barber e Sungmoon Kim

    La vecchia aspirazione? L’indipendenza. La nuova realtà? L’interdipendenza. Ogni sfida che oggi ci troviamo ad affrontare, dal cambiamento climatico al crimine, dallo sviluppo tecnologico all’andamento dei mercati, dai mezzi di comunicazione alla salute pubblica, presenta un carattere globale. Continua a leggere >>

  47. Inventare una politica globale
    Raffaele Marchetti

    Uno dei temi più fortemente dibattuti nell’agenda politica nazionale e internazionale concerne le ripercussioni sociali e il controllo politico di tutti quei fenomeni cui ci si riferisce abitualmente con il termine di «globalizzazione». Continua a leggere >>

  48. Ecco gli errori uno per uno
    Eric Maskin con Claudio Schioppa

    Professor Maskin, quale lezione dovremmo apprendere dall’attuale crisi finanziaria? E cosa abbiamo imparato sul capitalismo e sul comportamento delle persone che lavorano all’interno e fuori dai mercati, come il governo e i policy makers?

     

    Si è verificato un fallimento della regolamentazione del mercato finanziario. Sappiamo che alcuni mercati funzionano comunque bene senza alcun sistema di regole (forse la maggior parte dei mercati funzionano bene senza regole), ma i mercati finanziari no. Questo perchè sono soggetti a quelle che gli economisti chiamano «esternalità», esternalità molto ampie. Sfortunatamente queste esternalità non sono state tenute in conto come nel caso del mercato dei mutui ipotecari Continua a leggere >>

  49. La crescita di un paese nuovo
    Matteo Tacconi

    È che la Polonia fa tutto rapidamente. Macina svolte. Nell'89, il paese decise di uscire il più in fretta possibile dal comunismo e con una terapia d'urto eleborata dall'allora ministro delle finanze Leszek Balcerowicz ci riuscì, pur pagando costi sociali salatissimi. Adesso, nel breve volgere di un anno, Varsavia s'è scrollata di dosso la fama di “scheggia impazzita” dell'Ue Continua a leggere >>

  50. La retorica cancellerà la memoria
    David Bidussa con Mauro Buonocore

    La memoria è un iceberg con cui non riusciamo a fare i conti fino in fondo. E la Shoa è la punta emersa di questo iceberg.
    Dopo l’ultimo testimone (Einaudi) affronta in poche ed efficaci pagine la contraddizione di un urlo che nasconde sotto di sé la retorica contrapposta alla storia. Dietro ogni “Mai più!”, scrive l'autore, sta celata la nostra incapacità di prendere davvero coscienza col nostro passato, e quando sarà scomparso anche l'ultimo testimone della storia, quando l'ultima voce non potrà più raccontare il passato, allora la memoria sarà destinata a dissolversi in nell'oceano della banalità Continua a leggere >>

  51. Per una confederazione israelo-palestinese
    Seyla Benhabib

    L’attacco militare israeliano alla Striscia di Gaza, dove vivono un milione e mezzo di palestinesi, è stato lanciato il 28 dicembre 2008, ultimo giorno di Hannukkah, la “Festa delle Luci”. Hannukkah ricorda la rivolta degli antichi ebrei, guidati da Giuda Maccabeo, nel II secolo a.C., contro Antiochio IV Epifanio. La leggenda vuole che Continua a leggere >>

  52. La Sibilla e quello che gli scienziati non sono
    Antonio Navarra

    In un certo senso basilare, che nessuna volgarità, umorismo e esagerazione possono dissolvere, i fisici hanno conosciuto il peccato; una conoscenza che non si può perdere.
    – J. Robert Oppenheimer –

    Quando Robert Oppenheimer, nel 1947, pronunciava queste parole, il mondo si trovava in una situazione ben più drammatica di oggi. Uno strano gruppo di scienziati intenti a occuparsi di una disciplina marginale con metodi e strumenti rarefatti si trovava improvvisamente al centro dell’attenzione del mondo. I fisici avevano conosciuto il peccato e per Oppenheimer era anche un problema di sofferenza personale ed etica Continua a leggere >>

  53. Il mondo dopo Kyoto
    Conversazione con Carlo Carraro e Robert N. Stavins

    Copenaghen e Johannesburg. Il nome di Kyoto, che da anni è la chiave per parlare di riscaldamento del pianeta e cambiamento climatico, sarà probabilmente sostituito entro il 2012 da una di queste due capitali. La diplomazia internazionale è al lavoro per un accordo che possa disegnare il mondo dopo il protocollo firmato in Giappone nel 1997, proponendo regole e misure per frenare il riscaldamento dell'atmosfera terrestre e gli effetti che ne potrebbero scaturire. Scienziati ed esperti si affiancano alla politica per segnare la strada del futuro energetico del pianeta, ma la questione si presenta assai complicata Continua a leggere >>

  54. Un piano Marshall da Washington a Pechino
    Ji Zou con Mauro Buonocore

    La Cina c'è, si siede ai tavoli delle conferenze internazionali sul clima, propone idee e soluzioni alle agenzie delle Nazioni Unite e vuole giocare un ruolo da protagonista. «Ma l'unica strada praticabile – avverte il prof. Ji Zou dell'Università cinese di Renmin – è quella di un equlibrio tra gli obiettivi da raggiungere e le risorse che ciascun paese può impegnare». In altre parole, per superare il Protocollo di Kyoto, i paesi emergenti chiedono maggiore visibilità, maggiore rilievo politico e un appoggio tecnologico e finanziario da parte delle economie più sviluppate Continua a leggere >>

  55. La geopolitica delle emozioni
    Ariel Colonomos

    Appena eletto, Obama è riuscito a realizzare l'obbiettivo mancato al governo precedente: la rivoluzione dei cuori e delle menti. E' una gioia presa sul serio quasi all'unanimità nel consesso delle nazioni. Le identità multiple del futuro presidente - il suo vero cosmopolitismo - parlano al mondo intero. Cosa rivela questo fenomeno mondiale di gioco identitario? Continua a leggere >>

  56. Relazioni trasatlantiche: la ricreazione è finita
    Luca Sebastiani

    PARIGI - Il grande sogno si è realizzato, il primo nero candidato alla presidenza degli Stati Uniti è stato eletto e tutto il mondo ha gioito e inviato messaggi di congratulazioni a Barack Obama. L’Europa non ha fatto eccezione e dalle capitali del Vecchio continente sono partite lettere e telefonate di felicitazione verso il Nuovo mondo Continua a leggere >>

  57. “Così finisce il ciclo noecon”
    Mario Del Pero con Luca Sebastiani

    I sondaggi non sono stati smentiti e Barack Obama sarà il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. Un’elezione storica, scrivono i commentatori. Un successo del cambiamento, pensano i cittadini americani e del mondo intero che hanno proiettato sull’ormai ex senatore dell’Illinois la speranza di un modo migliore. Ma qual è la portata di questa elezione? Cosa cambierà Obama Continua a leggere >>

  58. L’Ue cerca il suo sogno in quello americano
    David Bidussa

    Non so come si sono risvegliati gli Stati Uniti stamani. So invece come ci siamo svegliati noi europei: abbiamo davanti all’interrogativo del nostro domani possibile, ma non deciso da noi e a cui ci siamo illusi di partecipare facendo il tifo. Infatti, in tutti questi mesi, descrivendo un’America alla riscossa capace di sognare  in realtà noi abbiamo parlato di noi e riflettuto sul nostro presente, senza avere né la forza né l’entusiasmo di provare a inventarlo e di fuoriuscire così dalla propria crisi. Continua a leggere >>

  59. Una posta politica nell'attacco della Frankfurter a Napolitano
    David Bidussa

    Era prevedibile che la sentenza emessa della Cassazione italiana circa la richiesta di risarcire in sede civile i famigliari delle vittime delle stragi dell’estate 1944 (quella in questione riguarda la strage del 29 giugno 1944 a Civitella Val di Chiana, in provincia di Arezzo e vi furono uccisi circa 200 civili) avrebbe provocato reazioni forti in Germania. Così è stato. Tuttavia l’attacco che la “Frankfurter allgemeine Zeitung” muove nei confronti del Presidente della Repubblica va oltre lo specifico della questione Continua a leggere >>

  60. Il corpo che non è nostro
    Jean-Luc Nancy con Lucilla Guidi

    “Il corpo non è a disposizione dell’uomo”. Ascoltare Jean-Luc Nancy e conoscere anche la sua storia privata fa riflettere sulla difficoltà di pensare le questioni di vita e di morte in maniera equilibrata. Il filosofo ha vissuto sulla propria pelle il dolore di una delle più radicali trasformazioni che possa subire un corpo umano Continua a leggere >>

  61. Kosovo, una storia europea
    Daniele Castellani Perelli

    Ora sappiamo la risposta. Dopo le vicende di agosto, dopo che la Russia ha invaso la Georgia per difendere i diritti (?) dell’Ossezia del Nord e il mondo è sembrato ripiombare ai tempi della guerra fredda, ora sappiamo la risposta all’interrogativo con cui Matteo Tacconi apre il suo libro. Il Kosovo è un caso unico?. No, il Kosovo non è un caso unico Continua a leggere >>

  62. Sternhell, voce illuminata della sinistra israeliana
    David Bidussa

    L’attentato a Zeev Sternhell, storico israeliano, compiuto nella sera di mercoledì 24 settembre a Gerusalemme, non colpisce solo un intellettuale, ma a suo modo riconosce la fondatezza della sua analisi culturale e politica. Infatti, questa volta l'obiettivo non è solo politico, ma anche culturale Continua a leggere >>

  63. Il tramonto dei gemelli K. E poi?
    Intervista di Bimba De Maria

    Il Palazzo della Cultura e della Scienza, un regalo di Stalin ai polacchi, è diventato il simbolo di Varsavia. Lo avrebbero voluto distruggere al termine della dittatura con ruspe e trattori; prevalse invece l’idea di illuminare il grattacielo staliniano e di circondarlo con moderne geometrie architettoniche di giardini rampanti, le cosiddette terrazze d’oro Continua a leggere >>

  64. La via europea passa per Ucraina e Georgia
    Matteo Tacconi

    Europa e Russia, un rapporto controverso. Due partner spesso litigiosi, ma costretti a dialogare. Per ragioni culturali, economiche e geografiche. Negli ultimi anni, Bruxelles e Mosca si sono scontrate ripetutamente Continua a leggere >>

  65. La Russia di Putin ai tempi di Medvedev
    Andrea Neri

    Nuovo Presidente, stessa politica. Ecco un giudizio assai diffuso e in gran parte condiviso riguardo la situazione della Federazione Russa ormai guidata da Dmitri Medvedev. Al di là delle opinioni, alcuni elementi dimostrano che, nel momento in cui Vladimir Putin ha smesso i panni di Capo di Stato per vestire quelli di Primo ministro, il peso delle due cariche si è modificato, adeguandosi al nuovo stato di cose Continua a leggere >>

  66. Un incubo, una nuova ossessione
    David Bidussa

    La sera di sabato scorso a Parigi alle 19 mentre per le strade si festeggia la festa per il solstizio alcuni giovani vedono un loro coetaneo, lo picchiano selvaggiamente, lo lasciano sul marciapiede e se ne vanno. Il giovane ferito – ora in coma – si chiama Rudy Haddad, ha 17 anni. Che cosa abbia fatto di concreto ancora non è dato sapere Continua a leggere >>

  67. Quando la globalizzazione diventa un pericolo
    Guglielmo Epifani

    Mai come nell’anno corrente l’apertura dei mercati internazionali – vale a dire quel processo chiamato comunemente globalizzazione – sta facendo emergere, insieme ai vantaggi relativi all’uscita dalla povertà di quote consistenti di popolazioni di aree particolari come la Cina, aspetti profondamente negativi Continua a leggere >>

  68. Don Colmegna e la paura da battere
    Alessandro Lanni

    Il viaggio in un’integrazione possibile inizia in fondo a viale Padova, confine nord-est di Milano, il Naviglio della Martesana è a pochi passi. Un lungo rettifilo grigio e polveroso di una periferia come tante altre in Europa Continua a leggere >>

  69. Sono il nemico pubblico n.1?
    Nando Sigona

    «Prima dell’entrata della Romania nell’Unione Europea, Roma era la capitale più sicura del mondo... Bisogna riprendere i rimpatri». Era inizio novembre e l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, non faceva prigionieri e identificava senza esitazione i colpevoli dell’ondata di criminalità che stava allarmando i cittadini della capitale Continua a leggere >>

  70. Sicurezza, legalità e lo spettro degli “zingari”
    Alessandro Simoni

    La campagna elettorale appena terminata è stata probabilmente la prima della storia italiana nella quale la «questione zingara» compariva nel programma ufficiale di uno dei partiti in corsa Continua a leggere >>

  71. Quali paure dietro al turban
    Seyla Benhabib

    Di che cosa hanno paura i turchi laici che si oppongono alla novità? Temono che il volto della Turchia possa cambiare e che il paese diventi più simile all’Indonesia o alla Malesia che a quella democrazia islamica laica di ispirazione occidentale e pluralista che essi vogliono che sia Continua a leggere >>

  72. Tre tuoni nel Paese della Mezzaluna
    Marta Federica Ottaviani

    Che primavera movimentata per la Turchia. In pochi giorni il Paese della Mezzaluna è stato interessato, per non dire sconvolto, da tre avvenimenti importanti seppur per motivi diversi.
    All’alba del 30 aprile il testo dell’articolo 301 del codice penale, edizione 2004, che puniva l’offesa all’identità turca, è cambiato Continua a leggere >>

  73. Niente pregiudizi con i simboli
    Anna Elisabetta Galeotti

    Quando mi è stato chiesto di scrivere sul velo, o meglio turban, in Turchia in relazione alla nuova legge che ne liberalizza l’uso nelle scuole e all’università, confesso che mi sono sentita imbarazzata: nonostante mi occupi di velo a scuola da molti anni, e ne abbia scritto varie volte, me ne sono sempre occupata nel contesto europeo e in particolare francese e italiano Continua a leggere >>

  74. Ecco perché sapranno andare molto d'accordo
    Pierre Musso con Luca Sebastiani

    Con la terza vittoria del Cavaliere alla tenera età di 72 anni, almeno una cosa sarà diventata chiara: il berlusconismo non è una macchietta effimera sempre sul punto di scomparire. Si tratta di qualcosa di più profondo, che analisti, media e sinistra dovrebbero finalmente cominciare ad analizzare in profondità Continua a leggere >>

  75. Silvio e Nicolas, un'intesa più che cordiale
    Luca Sebastiani

    Felicitazioni ufficiali e telefonate private. Indubbiamente tra Silvio e Nicolas scorre una buona amicizia, una relazione di quelle che travalicano i rituali diplomatici tradizionali. Entrambe, del resto, sono gli emblemi della diplomazia della pacca sulla spalla. Appena eletto all’Eliseo, racconta il Cavaliere, Sarkò l’ha chiamato tra i primi per condividere con lui, il suo amico, la gioia della vittoria Continua a leggere >>

  76. Una democrazia incapace di crescere
    Erol Özkoray con Marta Federica Ottaviani

    In pratica è sempre la solita storia. Due parti di un Paese in perenne contrasto, che sembra geneticamente connaturato e insanabile e di mezzo una nazione che dovrebbe avvicinarsi sempre di più alle porte dell’Europa e che invece rischia di rimanerne inevitabilmente fuori Continua a leggere >>

  77. “La vera riforma? Allontanarsi dai nazionalismi”
    Ragip Zarakolu con Marta Federica Ottaviani

    La Turchia è in un momento nevralgico della sua storia per l’ennesima frattura fra le schiere laiche e filoislamiche dello Stato. Da una parte la magistratura, fiera custode della laicità dello Stato di Atatürk e dall’altra il governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan, che promette riforme e ingresso in Europa, ma è accusato di portare avanti un progetto per islamizzare il Paese Continua a leggere >>

  78. “I miei articoli non piacevano al primo ministro”
    Emin Çolaşan con Marta Federica Ottaviani

    Ufficialmente lo hanno mandato in pensione per sopraggiunti limiti di età. Emin Çolaşan, 63 anni portati con disinvoltura, è stato per oltre un ventennio una delle firme più importanti del quotidiano Hürriyet e del giornalismo turco. Lo scorso 13 agosto è uscito il suo ultimo articolo, in cui denunciava il processo di islamizzazione in atto nel Paese. Il giorno dopo si è visto recapitare la lettera di dimissioni Continua a leggere >>

  79. L'Ue in marcia, lentamente ma avanza
    Luigi Bonanate con Mauro Buonocore

    “Due passi avanti, uno indietro. Questo è il ritmo dell'Unione Europea, e così il risultato è sempre positivo, quale che sia la vicenda affrontata. Il puro e semplice esistere, direi, discutere e polemizzare (anche se per ora senza grandi esiti) è pur sempre uno straordinario risultato Continua a leggere >>

  80. Epoche appassionanti, svolte vertiginose
    Mercedes Monmany

    Le mentalità devono evolversi insieme alle quote rosa. Gli uomini devono modificare i loro giudizi, ma le donne devono imparare a vincere i freni che hanno generato una cultura della rinuncia e della rassegnazione. Continua a leggere >>

  81. Forza ragazze, è ora di entrare in campo
    Michelle Rogers

    L'Europa, l'arte, il calcio, le donne.
    Che cosa hanno in comune? Un storia di amore e di fiducia in se stessi raccontata da una pittrice irlandese.
    Continua a leggere >>

  82. L'Ue parla al femminile, ed è un fiume in piena
    Paola Casella

    "Smettila di domandare qual è il contributo delle donne all’identità culturale europea.
    Le donne sono l’identità culturale europea!"
    Continua a leggere >>

  83. Un concreto progetto di pace, ecco cosa manca
    David Bidussa

    Qualcuno ricorda le amare considerazioni di Manzoni a proposito di Don Abbondio assalito a casa sua da Renzo e Lucia? Don Abbondio che urla e si difende sembra subire un sopruso, in realtà è lui che lo fa. Renzo e Lucia che violano la sua casa, sembrano gli assalitori, in realtà cercano di riaffermare un loro diritto. La realtà è sempre complicata Continua a leggere >>

  84. Da Bruxelles troppe voci diverse, e dubbi risultati
    Miodrag Lekić con Arianna Acierno

    “È la storia di una piccola frazione di territorio che ha messo in crisi il mondo. Uno scontro di carattere etnico-locale che è stato in grado di coinvolgere l’intera comunità internazionale, dando vita a una complessa rete di iniziative diplomatiche, volutamente ambigue, che hanno determinato dall’esterno il futuro dell’intera regione” Continua a leggere >>

  85. E ora la democrazia di Pristina conta sull’Ue
    Yilber Hysa con Matteo Tacconi

    Il Kosovo ha da poco ottenuto l’indipendenza, è stata una cavalcata pluriennale, lastricata di insidie e incertezze. Ma il Kosovo ce l’ha fatta. La separazione dalla Serbia, avvenuta lo scorso 17 febbraio, non è stata comunque indolore. Belgrado ha reagito duramente contro la secessione Continua a leggere >>

  86. In cerca di normalità: mappa geopolitica dell’ex Jugoslavia
    Matteo Tacconi

    Chiuso il capitolo Kosovo, non si chiude la questione balcanica, anzi. L’ex Jugoslavia continua a essere una regione turbolenta e instabile. Un “buco nero” nel cuore dell’Europa, per usare una definizione piuttosto ricorrente, brandita dagli esperti Continua a leggere >>

  87. La più grande debolezza di Obama
    Jim Sleeper

    Il più importante avvertimento che ho sentito fare qui al TPMCafe la notte scorsa veniva da Ken Baer: “Dobbiamo prendere sul serio il fatto che aldilà di questi video di YouTube fichissimi e sferzanti e dei raduni incredibilmente affollati, c’è – a volte – una significativa, silenziosa maggioranza di operai bianchi, ispanici, anziani e donne a cui piace Hillary Clinton e che voteranno per lei. Perché Obama ha dalla sua i bianchi benestanti e gli afro-americani…” Continua a leggere >>

  88. La lezione americana? Idee e parole che scuotono il paese.
    Sergio Fabbrini con Mauro Buonocore

    Il testa a testa Clinton/Obama ci entusiasma. Ma perché? Forse perché ci piace lo scontro? Forse perché amiamo essere spettatori del gioco duro che non risparmia nessuno anche dentro lo stesso partito?
    No, ci facciamo sedurre da queste primarie perché mettono in gioco grandi questioni ideali e di principio che dividono gli americani e li fanno ragionare sul futuro del paese. Continua a leggere >>

  89. Un meccanismo che premia gli elettori, non i partiti
    Massimo Teodori con Mauro Buonocore

    Viste da qua, ogni paragone è impensabile.
    “Qualsiasi tentativo di confrontare il sistema elettorale italiano con quello delle primarie americane non può stare in piedi”. Continua a leggere >>

  90. “Guardiamo ad Ankara per capire chi siamo”
    Emma Bonino con Mauro Buonocore

    “A chi gli chiedeva se era ottimista o pessimista, Jean Monet rispose una volta: io sono solo determinato. Allo stesso modo credo che dobbiamo essere determinati per il raggiungimento di un obiettivo”. E arriva tutta la determinazione di Emma Bonino. Dalle sue parole. Dal suo modo di camminare svelta sulla moquette delle stanze del Parlamento europeo a Bruxelles Continua a leggere >>

  91. Le ferite ancora aperte
    Tatiana Battini

    “Abbiamo un debito nei confronti del popolo libico”. Con queste parole il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha esordito al convegno organizzato per onorare la memoria delle migliaia di cittadini libici deportati e uccisi nel periodo 1911-1912 e rendere nota una delle pagine più oscure della nostra storia. Continua a leggere >>

  92. Un paese in trasformazione
    Eric Salerno con Luca Sebastiani

    La Libia è diventato un paese diverso. Rinunciando al radicalismo che lo aveva contraddistinto nel secolo scorso, Gheddafi ha aperto una fase nuova per il suo paese, facendolo rientrare nella comunità internazionale e imponendolo all’interno una politica riformista. Continua a leggere >>

  93. Un successo ambiguo come un enigma
    Francesco Benvenuti con Mauro Buonocore

    La Russia venuta fuori dalle ultime elezioni sembra un vero e proprio enigma.
    Putin era sicuro di vincere, era certo di raggiungere un grande risultato, eppure in campagna elettorale che ha usato ogni mezzo per mettere al bando gli avversari; tutti gli osservatori, Osce in testa, hanno gridato all'imbroglio Continua a leggere >>

  94. Russia-Ue, l'alleanza corre sui gasdotti
    Vittorio Strada con Matteo Tacconi

    L’Europa è davanti alla solita contraddizione. Il Vecchio Continente continua a rimanere un soggetto ibrido. Al suo ruolo di portavoce mondiale dei valori democratici, delle libertà e dei diritti umani, si contrappone la necessità di mantenere buoni rapporti, economici e politici con paesi le cui credenziali democratiche non sono così inattaccabili. Continua a leggere >>

  95. Così Putin ha costruito la sua vittoria
    Andrea Neri

    Da tempo si parla del rischio di una “deriva” autoritaria in Russia. Da tempo si insiste sui lati “oscuri” della personalità del Presidente Vladimir Putin. Ora, dopo l’ampia vittoria del suo partito alle legislative del 2 dicembre, Stati Uniti ed Europa - con poche eccezioni - fanno la fila per bacchettare “lo Zar senza corona” Continua a leggere >>

  96. Oltre la destra e la sinistra: Barack Obama
    Martina Toti

    Il Kansas, al centro degli Stati Uniti, è il cuore della provincia americana wasp (white anglo-saxon protestant), è lo stato rurale granaio d’America, uno di quelli che appartengono alla cosiddetta bible belt – la cintura della Bibbia. Tra i suoi governatori ci sono stati moltissimi repubblicani, una manciata di populisti, Continua a leggere >>

  97. Le parole dei candidati
    Matteo Manzonetto

    Nelle elezioni americane del dicembre 2008 la visione internazionale proposta dai candidati alla Casa Bianca conterà quasi come quella interna. Gli Usa si trovano da diversi anni in una situazione di difficoltà sullo scacchiere mondiale, dovendo cercare un equilibrio difficile tra l’impegno bellico in Iraq e le ambizioni di portare la pace e sconfiggere il terrorismo, Continua a leggere >>

  98. “L'America guarda a Oriente”
    Mario Del Pero con Mauro Buonocore

    “Rassegnamoci: le potenze emergenti hanno già messo da parte l'Ue sulla scena internazionale. Il nuovo presidente Usa guarderà ancora su questa sponda dell'Atlantico, ma l'attenzione si è molto spostata verso est”.
    Nelle parole di Mario Del Pero, storico esperto di relazioni transatlantiche, c'è molto disincanto Continua a leggere >>

  99. “Smart power per rafforzare l'alleanza atlantica”
    Joseph Nye con Daniele Castellani Perelli

    L’Europa dovrebbe solo rallegrasi della sua assenza dalla campagna per le presidenziali americane, perché è il segno che è un tema per nulla controverso, che non genera problemi: l’Europa rimane e rimarrà il maggiore alleato degli Usa. Lo dice Joseph S. Nye, professore di relazioni internazionali all’Università di Harvard e già membro delle amministrazioni Carter e Clinton. Continua a leggere >>

  100. Governo appeso alla danza dei numeri
    Andrea Neri

    Allo stadio attuale la sola cosa certa è che le elezioni anticipate ucraine hanno avuto luogo. Che l’affluenza è stata elevata, attorno al 63%. Che nessun partito ha ottenuto la maggioranza assoluta e sarà dunque in grado di formare un governo autonomamente. Tutto il resto, volenti o nolenti, rientra nella sfera delle analisi. Continua a leggere >>

  101. Kiev a metà strada tra Mosca e Bruxelles
    Antonello Biagini con Andrea Neri

    Le legislative anticipate in Ucraina non hanno dato il risultato che le parti in causa, e gli osservatori internazionali, auspicavano. Non c’è una maggioranza chiara. Governare non sarà una passeggiata. La spaccatura fra l’anima filo-russa e quella arancione, filo-occidentale, Continua a leggere >>

  102. Merkel-Sarko: niente sconti alla Russia
    Luca Sebastiani

    Una rimpatriata con tutti i crismi. Domenica 23 settembre, quando l’ex cancelliere Gerhard Schroeder è arrivato a Sotchi, località balneare della Russia Sud Occidentale, ad aspettarlo c’erano i vecchi amici: l’ex presidente francese Jacques Chirac e il padrone di casa, Vladimir Putin. Strette di mani, pacche sulle spalle e una giornata fuori dai rituali diplomatici Continua a leggere >>

  103. Mosca-Grozny, viaggio lontano dalla normalità
    Francesca Sforza

    Mangiare, bere, amare, credere. Questo si incontra se si fa l’esperimento di ridurre al minimo il tratto coercitivo del termine “normale”, prima che si trasformi in una piattaforma di esercizi per definire ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo. Né mangiare né bere, né amare né credere sono, in Cecenia, cose normali. Continua a leggere >>

  104. Cecenia: il dramma invisibile
    Francesca Sforza con Luca Sebastiani

    L’infinita questione cecena è sempre stata il termometro della democrazia russa. Da tempo, però, della guerra in Cecenia si parla sempre meno. Eppure l’assassinio, esattamente un anno fa, della giornalista Anna Politkovskaïa, impegnata nella denuncia della politica caucasica di Putin, ha reso chiaro che la situazione è ben lontana dall’avere imboccato la strada di una soluzione Continua a leggere >>

  105. "Le minacce di Putin non fanno paura all'Ue"
    Katinka Barysch con Daniele Castellani Perelli

    “L’Ue non può fare a meno della Russia, ma nemmeno la Russia può fare a meno dell’Ue”. Questo è il paradosso che sottostà all’attuale rapporto tra le due potenze, secondo Katinka Barysch, capo economista del centro-studi londinese Centre for European Reform: “Per un futuro più o meno prossimo, la Russia rimarrà il nostro principale fornitore di gas e petrolio. Continua a leggere >>

  106. Così nacque una politica postmoderna
    Cesare Merlini

    Giorgio Napolitano si è accostato all’idea europea negli anni ‘70, anche grazie al rapporto sempre più stretto con l’Istituto Affari Internazionali, nel quale ha per molti anni fatto parte del Comitato Direttivo e poi del Comitato dei Garanti, fino alla sua elezione a Presidente della Repubblica. Continua a leggere >>

  107. La forza dell’idea di Europa
    Alessandro Cavalli

    Tra le pagine scritte da Altiero Spinelli si legge un passaggio che viene spesso ricordato dai suoi biografi (cito a memoria): “la forza di un’idea – afferma Spinelli riferendosi all’Unione Europea – non si misura nei suoi successi ma nella sua capacità di rinascere dopo ogni sconfitta”. Continua a leggere >>

  108. “Mai di un solo partito, sempre di una sola causa”
    Giorgio Napolitano

    Altiero Spinelli è stato un grande visionario. Oggi è perfino difficile capire come sia stato possibile che, dopo tanti anni di carcere e infine di confino, mentre si trovava nell’isola di Ventotene, tagliato fuori dal resto del mondo, abbia potuto guardare tanto lontano, e concepire qualcosa di così radicalmente nuovo. Continua a leggere >>

  109. Quando il vittimismo reinventa il passato
    David Bidussa

    Nello scontro che si è aperto a Bruxelles durante l’ultimo Consiglio Europeo sono tornati a contare i particolarismi, in quest’occasione quelli polacchi. Il tema è la legge elettorale o il sistema di conteggio, dove i tedeschi vogliono – e su questo fanno pressione – introdurre un sistema maggioritario (e dunque abolendo l’obbligo dell’unanimità che finora ha di fatto impedito all’Europa di essere un attore politico sul piano internazionale) Continua a leggere >>

  110. Rinnovare la politica per rispondere al futuro
    Tom Burke e Nick Mabey

    Per compiere delle scelte politiche, queste vanno proposte all’elettorato: senza un mandato popolare si possono mettere in atto solo modifiche marginali. L’Europa non sarà in grado di compiere scelte della portata necessaria per assicurarsi la futura prosperità e stabilità, a meno che non trovi un modo di proporle al pubblico europeo. Continua a leggere >>