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Ragazze, qui non c'è niente di scontato

Alessandro Lanni

14-02-2011

Argomenti: Finestra sull'Italia

Dopo il successo delle manifestazioni del 13 febbraio ci vorrebbe ora un esercizio mentale a partire dall'attualità: trovare l'argomento decisivo, razionale, inoppugnabile per convincere una volta per tutte la ragazza che fa visita alla villa di Arcore che c'è qualcosa di sbagliato nel guadagnarsi qualche centinaio o, se più fortunata, qualche migliaio di euro strusciandosi a un potente, al più potente di turno.
Proviamolo a dire in altro modo: di fronte a cosa, tu che hai “venduto” il tuo corpo –  in qualsiasi modo e foss'anche in maniera consenziente –, saresti disposta ad ammettere che quello è stato un errore?

Ecco, trovare una via d'uscita a questa domanda non semplice aiuterebbe ad andare oltre la piega che ha preso la discussione intorno alle donne in Italia, andare oltre il pendolo «tra chi vuole fare la morale e chi teme il moralismo» (Antonio Polito sul Corriere della sera dell'8 febbraio).
Ora, intendiamoci, non è che effettivamente si tratta di andare a prendere una per una le “olgettine” o tutte le tante altre per provarle a redimere facendogli una lezioncina che il prete o il padre non riescono a far loro. No, in fondo non è neanche a loro che si guarda in primo luogo ponendo e ponendosi una questione del genere; non è questione di convincerle. Piuttosto, quella domanda riguarda noi, chi non accetta che esista un nichilismo (altro che quello dei matrimoni gay!) per cui anything goes basta che lo decide l'io, la ragazza di turno, e qualsiasi discussione intorno alla moralità o immoralità di quel che si è fatto viene meno. Si tratta piuttosto di convincere noi che esista un'evidenza che ancora segna il discrimine tra quel che no, che non ci pare giusto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se esistesse un laboratorio di filosofia applicata, sarebbe bene si occupasse almeno per un po' del paese di Papi per spiegare perché una domanda come quella che ci poniamo qui suona oggi non solo presuntuosa («chi sei tu per chiedere conto a me di cosa faccio e di cosa è giusto o sbagliato?») ma anche lontanissima dal poter ricevere una risposta.
L'argomento decisivo sfugge perché di fatto non c'è. Chi si reca in visita da Berlusconi per spillargli un po' di soldi in virtù del proprio corpo – del proprio culo (Ruby docet) – la questione non la vede proprio. «È giusto quello che faccio perché io sono libera di farlo, nessuno mi costringe. Addirittura a volte ho il consenso e l'appoggio di chi mi sta intorno, famiglia e fidanzato». Quello che conta è la libera scelta. Insomma, «il corpo è mio e me lo gestisco io» non suona poi così distante. Il cardine di tutto è “io”.
Ed è questo motivo che alle orecchie di molti e soprattutto di molte suona moralistico denunciare lo “scandalo” di questa condizione femminile in Italia. Chi siete voi per sindacare – bacchettoni e bacchettone, preti senza tonaca – quello che fanno ragazze e ragazzi? E allora via col rovesciamento della realtà per cui la vera emancipazione sessuale starebbe in chi si sceglie di andare a Villa San Martino e in chi riceve denaro nei cd di Apicella. Insomma, quella che ora sembra essere la via ferrariana alla mistificazione della verità.

L'argomento decisivo non c'è perché si mescolano sfondi e primi piani. Non c'è perché per trovare una risposta bisogna bene o male starci al gioco ovvero accettare un contesto dove morale pubblica e privata siano appunto in gioco, siano lo sfondo condiviso a partire dal quale poi dividersi.
Si denuncia la perdita della dignità e la necessità di recuperarla per le donne, d'accordo. Ma “dignità” è parola che suona così antica e polverosa oggi, non fa parte affatto dello sfondo condiviso a partire dal quale ci si capisce. Come si fa a spiegare a una giovane (ma anche un ragazzo) che vede la propria strada prescritta da tutt'altre ingiunzioni sociali a far proprio l'invito a ritrovare la “dignità”? Che moneta è la dignità delle persone nell'epoca in cui lo sfondo è di tutt'altro colore? in cui l'individualismo e la presunta libertà (che nulla hanno a che fare col '68) molto spesso divengono pure e semplice egoismo e in cui farcela, riuscire a guadagnare qualche cento o mille euro, è l'obiettivo che dà senso a una vita?

E allora, se l'esercizio ha un senso ha un senso non tanto perché convincerà qualcuno mostrandogli una nuova evidenza che gli farà preferire studiare l'arabo o il cinese piuttosto che far la fila per andare ad Arcore, figuriamoci. Ma perché farà riflettere e farà chiarezza su quale debba essere lo sfondo sul quale la morale ha un senso, sul quale un comportamento può essere definito morale e un altro no, con la forza anche di convincere qualcuno.
Se si continua a dar per scontato che oggi esista una qualche evidenza e un qualche argomento convincente grazie al quale una ventenne debba preferire pensare alla propria dignità piuttosto che alla propria sopravvivenza, ci si sbaglia di grosso. Quel che si dovrebbe far non è denunciare l'immoralità di questo o quel comportamento, ma fare i conti con quel che morale significa oggi e cosa dovrebbe significare per chi non crede che i valori cadano dal cielo ma che neanche possano dipendere dai gusti e dalle inclinazioni dei singoli. Altrimenti si continuerà a sbattere contro le mura delle mille Ville San Martino italiane piuttosto che fare i conti fino in fondo con i valori (non)condivisi che animano questo paese.
 

 

 


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