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321 - 17.05.07


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Vuoi fare il giornalista?
Allora zitto e scrivi

Paolo Casella


Uno stanzone squallido dove un gruppo di persone lavora in stato di schiavitù, dove il grande capo controlla i movimenti di ciascuno, dove le angherie si sprecano e si moltiplicano i kapò. 1984? Brazil? La Caienna? No, siamo solo nella redazione di un giornale online, alla vigilia della Grande Disillusione, quella secondo cui Internet ha smesso di apparire come il paese del Bengodi, soprattutto per i web magazine.
E’ questo è il microcosmo che racconta in Zitto e scrivi (edizioni Stampa Alternativa) Chiara Lico – un microcosmo che lei conosce bene, essendo una giornalista trentenne che ha vissuto in prima persona l’odissea della precarietà nel mondo illusorio delle news, dove il praticantato (cioè l’accesso legittimo alla professione e il primo passo verso un contratto a tempo indeterminato) fa rima con precariato pieno di promesse, quasi mai mantenute, fatto di contratti a termine (dove il termine è tre mesi al massimo) e inquadramenti “da metalmeccanico” (non per modo di dire).

E’ facile immaginare che sia lei, l’Aristea del romanzo, unica giornalista della redazione web con un minimo di dignità e di senso critico, intenta a prendere note febbrili su quell’universo parallelo: “Questi sono momenti da registrare”, scrive Aristea. “Ma ci si crederebbe, a raccontarlo fuori di questa gabbia?” . Invece è tutto vero: i direttori che meritano il soprannome di “Merda Reale”; i vicecapi che sfruttano a sangue i loro sottoposti, costruendo il proprio piccolo potere su un mix di intimidazione e lusinga (in questo caso la kapò è una donna – si fa per dire, visto che il suo soprannome è l’Uoma), contando sul fatto che c’è sempre qualcuno più giovane, più stacanovista e più leccaculo pronto a prendere il posto di chi cerca di far valere un minimo di diritti umani, prima ancora che “giornalistici”. Non mancano ovviamente i raccomandati – siamo in Italia, che diamine – in questo caso una “tipa bbona” e ben imparentata, con il titolo e il contratto – lei sì – di caporedattrice, anche se il suo contributo consiste nel limarsi le unghie e, occasionalmente, darla bene.

Zitto e scrivi è una tragicommedia, ma è anche un trattatello socioeconomico sulla realtà contemporanea, su cosa sono diventati nel nostro Paese il giornalismo e, in generale, il mercato del lavoro. Ed è assai azzeccata l’idea dell’autrice di far parlare tutti, ciascuno dal proprio punto di vista, per farci capire che in fondo sono tutti vittime, polli di Renzo che si beccano gli uni con gli altri invece di prendersela con chi tiene in mano le redini, e si assicura che una situazione così grottesca si perpetui all’infinito.

Uno dei personaggi prenderà la pistola, ma auguriamo ai lettori di prendere, a romanzo terminato, la matita copiativa per votare contro il “precariato” e la “flessibilità” (non-parole orwelliane che significano sfruttamento indiscriminato dell’uomo, o Uoma, sull’uomo) e proseguire con il megafono per rimettere in riga chi, una volta arrivato al governo, si rimangia le promesse elettorali. E soprattutto per difendere, anche se non si fa di mestiere il giornalista (ma a maggior ragione se lo si fa), un settore che tanto più è ridotto in schiavitù, tanto meno saprà fare da cane da guardia in difesa della società civile – perché alla fine dovrebbe essere questo, il ruolo dei mass media, nonostante la contemporaneità sia esempio dell’esatto contrario. Zitto e scrivi fa ridere (amaro), fa arrabbiare e commuove. Ma ancora più importante, fa venire la voglia di alzarsi e dire: “I'm as mad as hell, and I'm not going to take this anymore".

Chiara Lico
Zitto e scrivi
Stampa Alternativa
pagg.177, 10,00 euro



 

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